vadimoda.it

Le canzoni che raccontarono l’America dopo l’11 settembre: da Springsteen agli U2

Le canzoni che raccontarono l’America dopo l’11 settembre: da Springsteen agli U2

New York, 11 settembre 2026 – L’America dopo l’11 settembre 2001 cominciò a cantare prima ancora di riuscire a capire fino in fondo ciò che le era accaduto.

Le Torri Gemelle erano appena scomparse dallo skyline di Manhattan quando la musica iniziò ad assumere una funzione diversa. Non soltanto intrattenimento, non ancora memoria storica. Per qualche mese fu soprattutto un linguaggio con cui trasformare paura, lutto, rabbia e bisogno di unità in qualcosa che potesse essere condiviso.

Alcune canzoni nacquero direttamente dagli attentati. Altre esistevano già, ma dopo quella mattina cambiarono significato. Alcune cercarono consolazione, altre risposero con il patriottismo, altre ancora evitarono accuratamente qualsiasi tentazione di vendetta.

È anche attraverso queste differenze che si può leggere l’America del dopo 11 settembre. Perché non esistette una sola reazione. E non esistette una sola colonna sonora.

Bruce Springsteen e “The Rising”, entrare nelle macerie senza restarci

Se c’è un disco diventato inseparabile dalla memoria musicale dell’11 settembre è “The Rising” di Bruce Springsteen, pubblicato il 30 luglio 2002.

Era il primo album in studio con la E Street Band dai tempi di Born in the U.S.A. e rappresentò una risposta artistica esplicita agli attentati. Springsteen costruì quindici canzoni intorno a perdita, fede, assenza, paura e possibilità di ricominciare. Il disco arrivò al numero uno della classifica americana e britannica.

La forza di The Rising sta soprattutto nel punto di osservazione scelto.

Springsteen non prova a spiegare l’11 settembre. Entra nelle vite che l’attentato ha lasciato dietro di sé. Ci sono soccorritori, famiglie, persone che aspettano qualcuno destinato a non tornare. Il grande evento storico viene riportato alla dimensione individuale.

La title track, “The Rising”, utilizza la figura di un soccorritore per attraversare contemporaneamente il terrore concreto dell’attacco e una dimensione quasi spirituale di rinascita. Nel 2003 vinse i Grammy per Best Rock Song e Best Male Rock Vocal Performance, mentre l’album ottenne quello per il miglior disco rock.

Non era una canzone patriottica nel senso tradizionale. Non cercava un nemico. Cercava un modo per restare in piedi.

Ed è forse per questo che, venticinque anni dopo, resta una delle risposte musicali più durature a quella giornata.

“My City of Ruins”, la canzone che cambiò significato

Prima ancora di The Rising, Springsteen era apparso il 21 settembre 2001 nel grande evento televisivo “America: A Tribute to Heroes”, organizzato per raccogliere fondi a favore delle persone colpite dagli attentati.

Scelse “My City of Ruins”.

La canzone, però, non era stata scritta per New York né per l’11 settembre. Nasceva originariamente dalla crisi di Asbury Park, nel New Jersey. Dopo gli attentati, quella città in rovina raccontata da Springsteen assunse inevitabilmente un altro significato. Lo stesso artista ha successivamente ricordato come il brano, pur nato per Asbury Park, sia diventato parte del processo di lutto e guarigione seguito all’11 settembre.

È uno degli aspetti più interessanti del rapporto tra musica e trauma collettivo: non sempre serve scrivere qualcosa di nuovo.

A volte è la storia a cambiare una canzone già esistente.

U2, “Walk On” e quel Super Bowl diventato memoriale

Anche “Walk On” degli U2 appartiene a questa categoria.

Il brano era stato pubblicato prima degli attentati e non era stato scritto per l’11 settembre. Ma quando la band lo eseguì durante America: A Tribute to Heroes, appena dieci giorni dopo gli attacchi, acquistò un significato completamente nuovo. La performance entrò poi nel disco e nel video ufficiale dell’evento benefico.

Ma il momento destinato a entrare nell’immaginario americano arrivò qualche mese più tardi.

Il 3 febbraio 2002, durante l’halftime show del Super Bowl XXXVI, gli U2 salirono sul palco del Louisiana Superdome. Suonarono Beautiful Day, MLK e Where the Streets Have No Name. Mentre la musica procedeva, sul grande schermo alle loro spalle scorrevano i nomi delle vittime degli attentati dell’11 settembre. Alla fine Bono aprì la giacca mostrando la bandiera americana.

Nessuna di quelle tre canzoni raccontava direttamente gli attacchi.

Eppure quella sera raccontarono perfettamente l’America che le ascoltava.

Il Super Bowl, uno dei più grandi rituali collettivi del Paese, diventò per qualche minuto un memoriale. Una band irlandese riuscì a inserirsi nel cuore della liturgia nazionale americana senza trasformare il ricordo in proclama politico.

Era un altro modo di rispondere all’11 settembre: prendere canzoni sulla speranza, sulla memoria e sul desiderio di ritrovare un luogo e consegnarle a un Paese che stava cercando esattamente quelle cose.

Alan Jackson e la domanda più semplice: dov’eri?

Se Springsteen aveva scelto i personaggi e gli U2 il rito collettivo, Alan Jackson fece qualcosa di ancora più elementare.

Chiese agli americani dove fossero.

“Where Were You (When the World Stopped Turning)” nacque dopo gli attentati e venne presentata pubblicamente durante i CMA Awards del 2001. Sarebbe poi diventata una delle canzoni country più riconoscibili legate all’11 settembre, vincendo il Grammy per la Best Country Song.

Jackson evitò consapevolmente la retorica militare.

La sua non è una canzone sulla risposta americana, ma sulle reazioni degli americani: pregare, chiamare qualcuno, guardare le immagini in televisione, cercare di comprendere.

È una canzone costruita sull’esperienza comune di un evento vissuto contemporaneamente da milioni di persone.

Quasi tutti ricordavano dove si trovavano quando arrivarono le prime notizie. Jackson trasformò quella memoria individuale in una domanda collettiva.

Toby Keith, quando dal dolore si passa alla rabbia

Ma l’America dopo l’11 settembre non cercava soltanto consolazione.

Cercava anche una risposta.

La voce più evidente di quella parte del Paese arrivò da Toby Keith con “Courtesy of the Red, White and Blue (The Angry American)”.

Il Country Music Hall of Fame ricorda che Keith scrisse il brano dopo gli attentati e dopo la morte del padre, veterano dell’esercito. Inizialmente lo eseguiva soprattutto davanti ai militari, prima di decidere di inciderlo. Nel luglio 2002 la canzone raggiunse il numero uno della classifica country e generò immediatamente forti polemiche per il suo linguaggio apertamente orientato alla rappresaglia.

È quasi l’opposto della risposta di Alan Jackson.

Dove Jackson osserva persone disorientate, Keith trasforma il trauma in una richiesta di reazione. Dove Springsteen cerca la ricostruzione, Keith offre la rabbia.

Entrambe le posizioni, però, raccontano qualcosa dell’America di quei mesi.

Un Paese ferito che oscillava rapidamente tra il lutto e il desiderio di colpire chi riteneva responsabile.

La musica country fu uno dei luoghi in cui quella tensione emerse con maggiore evidenza.

Paul McCartney e “Freedom”, scritta dopo aver visto New York fermarsi

Anche Paul McCartney si trovava a New York l’11 settembre.

Secondo il suo sito ufficiale, osservò gli eventi mentre si trovava a bordo di un aereo fermo sulla pista. Da quell’esperienza nacque “Freedom”, scritta come risposta diretta agli attentati.

McCartney la presentò il 20 ottobre 2001 al Concert for New York City, il grande evento organizzato al Madison Square Garden per ricordare le vittime e sostenere la città. Il concerto, che riunì tra gli altri David Bowie, The Who, Bon Jovi e Jay-Z, raccolse circa 35 milioni di dollari.

Freedom rappresenta un altro passaggio nella trasformazione culturale di quei mesi.

La parola libertà, dopo l’11 settembre, stava infatti diventando contemporaneamente un ideale, un elemento della retorica politica e una giustificazione della futura risposta americana.

Quello che nell’ottobre 2001 poteva apparire soprattutto come un messaggio immediato di resistenza sarebbe entrato presto in un contesto molto più complesso.

Dal lutto alla guerra, la musica come specchio dell’America

È qui che la storia delle canzoni sull’11 settembre diventa qualcosa di più di una storia musicale.

Tra il settembre 2001 e il 2002 gli Stati Uniti passarono in pochissimo tempo dalle immagini di Ground Zero alla guerra in Afghanistan, dalla paura di nuovi attentati alla costruzione della War on Terror.

La musica seguì quel movimento.

Da una parte The Rising e Where Were You, con il loro bisogno di comprendere il dolore. Dall’altra Courtesy of the Red, White and Blue, con una risposta patriottica e combattiva. In mezzo, canzoni preesistenti come Walk On o Where the Streets Have No Name, trasformate dalle circostanze in inni alla memoria collettiva.

Non era soltanto una differenza tra generi musicali.

Era una differenza nel modo di immaginare l’America dopo essere stata colpita.

Una nazione da ricostruire. Una nazione da difendere. Una nazione chiamata a vendicarsi. Una nazione che cercava semplicemente di capire cosa fosse appena successo.

administrator

Articoli Correlati