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Da “United 93” a “World Trade Center”: i film che hanno raccontato l’11 settembre al cinema

Da “United 93” a “World Trade Center”: i film che hanno raccontato l’11 settembre al cinema

New York, 11 settembre 2026 – L’11 settembre 2001 il cinema era ovunque, tranne che sullo schermo. Le immagini degli aerei contro le Torri Gemelle, del fumo sopra Manhattan e del crollo del World Trade Center avevano una potenza visiva che sembrava appartenere a un blockbuster e che, proprio per questo, rendeva quasi impossibile trasformarle immediatamente in finzione.

Per alcuni anni Hollywood preferì girare intorno a quella ferita. L’attentato entrava nei film attraverso una New York diversa, skyline incompleti, personaggi spaesati, guerre cominciate dall’altra parte del mondo. Poi, nel 2006, arrivarono a pochi mesi di distanza due opere destinate a diventare i riferimenti principali del cinema sull’11 settembre: “United 93” di Paul Greengrass e “World Trade Center” di Oliver Stone.

Due film sullo stesso giorno. Due modi quasi opposti di guardarlo.

“United 93”, l’11 settembre senza eroi di Hollywood

Con “United 93”, Paul Greengrass sceglie di raccontare il volo United Airlines 93, il quarto aereo dirottato l’11 settembre, precipitato in Pennsylvania dopo la reazione dei passeggeri.

Il British Film Institute lo indica come la prima risposta cinematografica a lungometraggio direttamente dedicata agli attentati. Greengrass costruisce il film con un’impostazione quasi documentaristica, sviluppando gran parte dell’azione in tempo reale e rinunciando deliberatamente a un cast di grandi star. Alcuni professionisti del settore aeronautico interpretarono inoltre se stessi.

È una scelta fondamentale.

United 93 non prova a trasformare ciò che accadde in uno spettacolo hollywoodiano. Non c’è un protagonista intorno al quale costruire una mitologia e non esiste una rassicurante separazione tra spettatore e tragedia. La macchina da presa resta dentro l’aereo, nelle sale di controllo, tra informazioni frammentarie e persone che cercano di capire cosa stia accadendo mentre sta già accadendo.

Lo spettatore conosce il finale. Ed è proprio questa conoscenza a produrre la tensione.

Il film arrivò agli Oscar 2007 con due candidature, una per la regia di Paul Greengrass e una per il montaggio.

Non raccontava soltanto il volo 93. Mostrava anche quanto fosse difficile, appena cinque anni dopo, trovare una grammatica cinematografica capace di rappresentare l’11 settembre senza trasformarlo in intrattenimento.

“World Trade Center”, Oliver Stone sceglie gli uomini sotto le macerie

Nello stesso 2006, Oliver Stone affrontò invece Ground Zero direttamente.

“World Trade Center”, con Nicolas Cage e Michael Peña, racconta la storia dei poliziotti della Port Authority John McLoughlin e Will Jimeno, rimasti intrappolati sotto le macerie dopo essere entrati nel complesso per partecipare alle operazioni di soccorso.

Se Greengrass punta sull’incertezza, Stone sceglie la sopravvivenza.

Il suo 11 settembre si restringe progressivamente. Dall’enormità dell’attacco passa al buio sotto le macerie, alle famiglie che aspettano notizie, ai soccorritori che continuano a cercare.

È un film sorprendentemente contenuto per un regista associato a opere apertamente politiche come JFK e Nixon. Qui la geopolitica resta fuori campo. L’attentato non viene spiegato: viene attraversato.

Nel 2006, osservava Sight and Sound, proprio United 93 e World Trade Center segnarono il momento in cui Hollywood cominciò ad affrontare frontalmente l’11 settembre.

Ma prima ancora di mostrare gli aerei e le Torri, il cinema aveva già iniziato a raccontarne il vuoto.

“La 25ª ora”, New York dopo le Torri Gemelle

Nel 2002 Spike Lee porta al cinema “La 25ª ora”, con Edward Norton.

Non è un film sull’attentato. Il protagonista è un uomo condannato per spaccio che trascorre la sua ultima giornata di libertà prima di entrare in carcere.

Eppure è difficile trovare un film più profondamente segnato dalla New York successiva all’11 settembre.

Lee stava già lavorando al progetto quando avvennero gli attentati e decise di incorporarne le conseguenze nel film, inserendo anche immagini di Ground Zero. Il BFI lo considera uno dei primi film hollywoodiani capaci di registrare davvero l’impatto dell’attacco sulla città.

Le Torri non ci sono più, ma proprio per questo sembrano essere ovunque.

È uno dei primi passaggi fondamentali del cinema post-11 settembre: raccontare l’attentato senza ricostruirlo, mostrando piuttosto la città che gli è sopravvissuta.

“11’09”01”, undici registi davanti allo stesso evento

Sempre nel 2002 arriva un progetto completamente diverso: “11’09”01 – September 11”.

Undici registi provenienti da Paesi e tradizioni cinematografiche differenti realizzano altrettanti cortometraggi dedicati all’attentato e alle sue conseguenze. Tra loro figurano Claude Lelouch, Youssef Chahine, Ken Loach, Alejandro González Iñárritu, Mira Nair, Sean Penn e Shohei Imamura.

L’11 settembre smette così di essere soltanto un evento americano.

Ogni episodio cambia prospettiva, linguaggio e geografia. Il risultato non è una ricostruzione unitaria, ma una frammentazione deliberata: lo stesso evento osservato da undici punti differenti del mondo.

È forse la prima intuizione cinematografica realmente globale sull’attacco: Ground Zero è a New York, ma le sue conseguenze appartengono a molti altri luoghi.

Quando il cinema smette di raccontare l’attacco e racconta il trauma

Con il passare degli anni, il cinema comincia ad allontanarsi progressivamente da quella mattina.

Nel 2007 “Reign Over Me”, con Adam Sandler e Don Cheadle, utilizza l’11 settembre come origine di un trauma individuale. Il protagonista Charlie Fineman ha perso moglie e figlie negli attentati e vive isolato da una realtà che non riesce più ad affrontare.

Qui non servono aerei né crolli.

L’attentato esiste attraverso ciò che ha lasciato dentro una persona.

È un cambiamento importante nel modo in cui Hollywood elabora la tragedia. Man mano che cresce la distanza temporale, il cinema può cominciare a interrogarsi non più soltanto su che cosa è accaduto, ma su che cosa è rimasto.

Lo stesso avviene, con un registro diverso, in “Molto forte, incredibilmente vicino” (Extremely Loud & Incredibly Close), film del 2011 che racconta il percorso di un bambino che ha perso il padre durante l’attacco al World Trade Center.

Il film ricevette due candidature agli Oscar, tra cui quella come miglior film e quella per Max von Sydow come attore non protagonista.

Ancora una volta, l’11 settembre diventa l’assenza attorno alla quale ruota la storia.

“Zero Dark Thirty”, dall’11 settembre alla guerra al terrorismo

Ma l’11 settembre non ha prodotto soltanto lutto.

Ha prodotto una politica estera, nuove guerre, un sistema di sicurezza globale e una caccia durata quasi dieci anni.

È su questo terreno che si muove “Zero Dark Thirty”, diretto da Kathryn Bigelow nel 2012.

Il film segue la lunga operazione di intelligence americana per individuare Osama bin Laden, conclusa con il raid statunitense in Pakistan del 2011.

Le Torri Gemelle sono ormai alle spalle. Ma tutto ciò che avviene sullo schermo deriva da quel giorno.

È il momento in cui il cinema sull’11 settembre si trasforma definitivamente in cinema sul post-11 settembre: intelligence, torture, operazioni militari, Afghanistan, Pakistan, terrorismo e sicurezza nazionale.

La domanda cambia ancora. Non è più soltanto come ricordare le vittime, ma che cosa gli Stati Uniti siano diventati nel tentativo di rispondere all’attacco.

“Worth”, quanto vale una vita?

Vent’anni dopo l’11 settembre, nel 2021, arriva uno dei film che affrontano più direttamente una questione rimasta ai margini delle prime rappresentazioni cinematografiche.

“Worth”, diretto da Sara Colangelo e interpretato da Michael Keaton, Stanley Tucci e Amy Ryan, racconta la vicenda dell’avvocato Kenneth Feinberg, incaricato di amministrare il September 11th Victim Compensation Fund e di determinare i risarcimenti destinati alle famiglie delle vittime.

La domanda implicita è terribile proprio perché burocratica: come si attribuisce un valore economico a una vita?

Il cinema dell’11 settembre raggiunge qui una fase ulteriore. Non più il momento dell’attacco, non più soltanto il lutto e neppure la risposta militare. Ma ciò che viene dopo, quando persino una tragedia collettiva deve entrare dentro moduli, criteri, leggi e cifre.

Venticinque anni dopo, il cinema continua a cercare una distanza

In un quarto di secolo l’11 settembre al cinema è passato attraverso fasi molto diverse.

Prima il silenzio e la difficoltà di mostrare. Poi la ricostruzione quasi documentaristica di United 93. Il racconto della sopravvivenza di World Trade Center. La New York mutilata de La 25ª ora. Il trauma privato di Reign Over Me e Molto forte, incredibilmente vicino. La lunga ombra geopolitica di Zero Dark Thirty. Infine, con Worth, persino il problema di trasformare il dolore in una cifra.

Nessun film è riuscito – e probabilmente nessun film potrebbe riuscire – a contenere tutto ciò che l’11 settembre 2001 ha significato.

Forse è proprio per questo che il cinema continua a tornarci.

Perché ogni volta cambia la distanza. E cambiando la distanza cambia anche ciò che riusciamo a vedere.

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