26 febbraio 2026 | 14:45
Il segretario della Polizia Penitenziaria Aldo Di Giacomo denuncia i “paradossi” del sistema: permessi concessi a detenuti accusati di gravi reati, aumento degli anziani casi di domiciliari bloccati dalla mancanza di braccialetti elettronici.
Roma, 26 ffebbraio 2026 – “E’ un sistema carcerario alla rovescia, con detenuti che hanno commesso omicidi e sono ammessi al beneficio dei permessi fuori dal carcere, e detenuti come Antonio Russo che a 88 anni è detenuto a Roma. Al 31 dicembre 2025 i detenuti in carcere con 70 anni e più sono 1348 rispetto ai 1238 del 2024 e in una crescita esponenziale continua negli anni”. Ad affermarlo è il segretario della Polizia Penitenziaria Aldo Di Giacomo che aggiunge: “sempre tra i paradossi del sistema penitenziario ci sono poi i casi (ultimo del detenuto nel carcere di Prato) che pur in presenza del pronunciamento di un giudice a scontare gli arresti a casa, non può farlo in mancanza di un braccialetto elettronico. Si tratterebbe di capire in proposito che esito hanno avuto le ultime gare di appalto per i braccialetti elettronici strumenti sicuramente utili a ridurre il grave affollamento degli istituti”.
“Quanto all’età della popolazionecarceraria i detenuti diventano dunque sempre più vecchi e questo pone notevoli e prevedibili problemi, sia in tema di domanda di salute, sia in tema di percorsi di reinserimento. Solo che noi, a differenza di Alemanno che per Russo ha chiesto al Presidente Mattarella la grazia, per questo detenuto che nel 2018 ha commesso un omicidio, pensiamo piuttosto al ricorso agli arresti domiciliari. La detenzione di persone anziane comporta – aggiunge Di Giacomo – grandi problemi prima di tutto di assistenza sanitaria e cura per buona parte degli over 70enni che, nell’80%, hanno particolari problemi di salute mentre negli istituti è ben nota la carenza di medici e personale sanitario. Un quadro allarmante che dovrebbe orientare i magistrati per non appesantire la situazione tanto più che i detenuti anziani, ad eccezione dei capo clan e uomini di spicco della criminalità organizzata, vivono la detenzione in condizioni di maggiore difficoltà. Tutto questo aggravando il già pesante lavoro del personale penitenziario che in molti casi deve fare da ‘badante’ ai più anziani”.










