A otto secoli dalla morte di San Francesco d’Assisi, un capitolo della sua vita a lungo rimasto nell’ombra torna prepotentemente al centro del dibattito storiografico e letterario. Si tratta del rapporto stretto, quasi fraterno, con i Cavalieri Templari, una relazione che per oltre settecento anni è stata vittima di una vera e propria “damnatio memoriae”. Gli autori Mauro Giorgio Ferretti e Umberto Grieco, nel loro nuovo libro “Francesco e i Templari – La Custodia della Luce”, riannodano i fili di questa trama millenaria attraverso una narrazione che fonde il romanzo cavalleresco alla riflessione storico-spirituale.
L’indagine condotta da Ferretti e Grieco non si limita a suggestioni letterarie, ma affonda le radici nella geografia concreta della Valle Spoletana. Il cuore del mistero batte lungo il tragitto che il giovane Francesco percorreva ogni giorno: circa due chilometri e mezzo che separano il “sacro tugurio” di Rivotorto dalla Porziuncola. Questo sentiero, che ricalca l’antica via Francigena ai piedi del Monte Subasio, passava esattamente davanti alla chiesa di Santa Maria Maddalena.
In quel luogo sorgeva il lebbrosario cittadino, una struttura che, come molte analoghe nell’Europa medievale, era gestita proprio dai Templari. Sebbene in un secondo momento la gestione passò ai Cavalieri di San Lazzaro, questi ultimi rimanevano comunque dipendenti dall’Ordine del Tempio.
Questo dettaglio, sottolineato con forza dagli autori, sposta radicalmente la prospettiva di uno degli episodi più celebri della vita del Santo: l’abbraccio al lebbroso. Francesco non agì in un deserto sociale, ma all’interno di un contesto presidiato dai frati-cavalieri, impegnati nell’assistenza ai malati secondo una disciplina che il Poverello doveva conoscere intimamente.
Il volume mappa con precisione 17 luoghi distribuiti tra l’Umbria e le Marche, territori che Francesco e i suoi primi compagni attraversarono incessantemente. Proprio qui emerge una sorprendente assonanza strutturale tra le due realtà: la privazione della “stabilitas loci” e la missione di testimoniare la fede “due a due” lungo le strade. Questa modalità di movimento, tipica dei primi francescani, rispecchiava fedelmente la disciplina templare del viaggio e della pattuglia.
Ferretti e Grieco scelgono la via del romanzo per rendere accessibile questa complessa eredità, ma rivendicano una fedeltà assoluta alle fonti francescane primarie. Gli episodi narrati non sono semplici invenzioni, ma rielaborazioni delle biografie più accreditate che, se lette con attenzione e senza i pregiudizi accumulati nei secoli, lasciano trasparire costantemente la presenza silenziosa dei Cavalieri del Tempio sullo sfondo delle vicende del Santo d’Assisi.
Il cuore narrativo dell’opera è rappresentato dalla figura di Sandro dei Vettori. Non si tratta di un semplice personaggio di fantasia, ma dell’incarnazione simbolica di quei templari che realmente incrociarono il cammino di Francesco. Sandro è il “custode della luce”, un uomo incaricato di vegliare sul Santo con estrema discrezione, proteggendolo dai pericoli del tempo senza mai interferire con il suo operato spirituale.
In questo personaggio si fondono la natura militare e quella contemplativa, offrendo uno specchio di quella spiritualità del silenzio e dell’obbedienza che i secoli hanno spesso travisato. L’opera di Ferretti e Grieco ambisce così a restituire giustizia storica a un legame rimosso, permettendo al lettore di osservare gli eventi sia con gli occhi dei vinti che con quelli dei vincitori.
In questo anno di celebrazioni francescane, il libro invita a tornare sui passi di Francesco per riscoprire come la sua rivoluzione sia stata osservata e protetta da chi portava la croce vermiglia sul mantello bianco.









