San Francisco, 4 settembre 2025 – Lasciare il certo per l’incerto. È quello che ogni anno scelgono migliaia di italiani, spinti dal desiderio di crescita personale e professionale, ma anche dalla voglia di misurarsi con mondi nuovi. Secondo i dati ufficiali, sono oltre 6,3 milioni i connazionali residenti all’estero e solo nel 2024 più di 150mila persone hanno deciso di partire. Gianluca Basta è uno di loro. Nato e cresciuto a Martina Franca, in Puglia, ha lasciato un lavoro sicuro e prospettive concrete per inseguire un sogno che lo ha portato dall’altra parte dell’oceano, nella Bay Area di San Francisco, negli Stati Uniti d’America. La sua storia non è quella di una fuga, ma di un atto di coraggio: rimettersi in gioco, imparare una lingua da zero, affrontare le difficoltà di un Paese così diverso e trasformare ogni ostacolo in opportunità. Oggi, a distanza di appena un anno e mezzo, non solo si sta costruendo una nuova vita, ma guida una community internazionale che aiuta centinaia di ragazzi a sentirsi a casa nella città più ambiziosa e competitiva del mondo.
L’intervista a Gianluca Basta
Gianluca, da dove vieni e di cosa ti occupavi in Italia?
Vengo dalla Puglia, da Martina Franca, un piccolo gioiello nel cuore della Valle d’Itria, non lontano da Alberobello, uno dei luoghi più iconici del turismo italiano. Prima di partire per gli Stati Uniti ho lavorato con Barbara Ferrazzi, una professionista che considero una vera mentore. Con lei ho imparato che organizzare eventi non significa solo occuparsi di logistica o di fornitori: vuol dire saper creare esperienze che restano nella memoria delle persone.
Insieme abbiamo ideato format aziendali capaci di trasformare un semplice incontro in un momento di connessione autentica. Dai grandi convegni alle conferenze private, il nostro obiettivo era sempre quello di mescolare strategia e creatività, dando forma a un’esperienza coerente dall’inizio alla fine. Ho visto team ritrovarsi più uniti dopo un workshop, manager ispirarsi grazie a un dettaglio curato con precisione, aziende scoprire nuove prospettive grazie all’atmosfera che eravamo stati capaci di costruire. È stato lì che ho capito che gli eventi non sono “momenti”, ma veri catalizzatori di energia e relazioni.
Perché hai deciso di mollare tutto e andare dall’altra parte del mondo, nonostante avessi delle sicurezze in mano?
Perché la sicurezza, se rimane fine a sé stessa, rischia di diventare una gabbia. Sapevo che il percorso che avevo intrapreso in Italia poteva darmi stabilità, ma non la crescita che desideravo. Volevo sfidarmi, volevo imparare l’inglese, volevo espormi a culture diverse e a un ecosistema globale. Sentivo che per diventare davvero competitivo dovevo uscire dal mio contesto e rimettermi in gioco, anche a costo di perdere tutto.
Raccontaci di come sei arrivato in America: le emozioni che hai provato, i posti dove hai vissuto… Ora ti ritrovi a San Francisco, nella Bay Area in California. Cosa stai facendo ora?
Sono arrivato negli Stati Uniti come ragazzo alla pari, un’esperienza che può sembrare semplice, ma che in realtà è stata una delle sfide più formative della mia vita. Provenivo da una famiglia umile e mi sono ritrovato catapultato in case di famiglie molto facoltose: due mondi opposti. All’inizio il mio inglese era quasi inesistente e ogni conversazione era una montagna da scalare. Ma era proprio questo il motivo per cui ero partito: uscire completamente dalla mia zona di comfort.
Ho vissuto a Denver, a Palo Alto e oggi sono a San Francisco. Ho cambiato più famiglie, affrontato due rematch difficili, ma da ognuno ho imparato qualcosa. L’ultima famiglia con cui ho vissuto è stata un’esperienza straordinaria, e ancora oggi siamo legati da un rapporto di grande stima e affetto.
Oggi, oltre a essere au pair, gestisco una community internazionale di circa 500 persone. Organizziamo surf trip, falò, tornei sportivi, hiking, potluck, giornate di studio condivise. Non si tratta solo di riempire l’agenda di eventi, ma di dare a chi arriva a San Francisco la sensazione di non essere solo. È il mio modo per restituire agli altri ciò che avrei voluto trovare io quando sono arrivato.
Immagino che tutto questo sia solo un trampolino per qualcosa di più grande. A cosa ambisci? Frequenterai il college?
Assolutamente sì. Dopo un anno e mezzo negli Stati Uniti sono pronto a iniziare il college. Voglio unire l’esperienza pratica che ho maturato con una formazione accademica in hospitality, marketing ed event management. Il mio obiettivo è diventare un punto di riferimento nell’organizzazione di eventi e nella costruzione di community. Non mi interessa solo “fare” eventi: voglio creare esperienze che abbiano un impatto reale sulle persone e sulle aziende.
La Silicon Valley è l’hub tecnologico mondiale, forse la parte più ricca e costosa al mondo. Perché hai scelto proprio quest’area come “casa”?
Perché qui non sei mai davvero uno straniero. Tutti vengono da qualche altra parte del mondo, e questo ti fa sentire parte di una bolla globale. In Silicon Valley ho conosciuto studenti che hanno lasciato Stanford per fondare startup, ragazzi che a vent’anni avevano già raccolto milioni di dollari. Qui respiri ambizione ogni giorno, e se sai coltivare le connessioni giuste, ogni incontro può diventare un’opportunità di crescita.
Come sei riuscito a integrarti?
All’inizio in un modo curioso: portavo sempre con me una bandiera italiana, così le persone mi fermavano e iniziavano a parlare con me. È stato un piccolo trucco, ma ha funzionato. Poi è stata la community che ho creato a fare la differenza. Attraverso eventi e momenti condivisi ho trasformato conoscenze casuali in rapporti veri. E oggi non solo mi sento integrato: mi sento parte attiva di questo ecosistema.
Smentisci alcuni stereotipi sugli americani, confermane altri.
Uno degli stereotipi più comuni è che gli americani mangino male e siano tutti in sovrappeso. Non è così: a San Francisco sono circondato da persone che fanno sport, si allenano e mangiano in modo sano. Un altro stereotipo è quello della violenza diffusa. Certo, l’America è grande e ci sono quartieri da evitare, ma vivere a San Francisco o a New York, per me, è stato più sicuro che girare in alcune zone di Milano.
Ora smentisci alcuni stereotipi su come veniamo visti noi italiani all’estero e confermane altri.
Ci vedono come il popolo di pizza e pasta, ed è vero che portiamo con noi questa parte della nostra cultura. Ma siamo molto di più: portiamo creatività, passione, resilienza. Una cosa che invece confermo è la nostra capacità di socializzare: sappiamo creare relazioni profonde con naturalezza, e questa è una risorsa che all’estero viene riconosciuta e apprezzata tantissimo.
Fare fortuna in America è il sogno di tanti. Come credi sia possibile farlo da cittadino straniero? Credi esista davvero l’American Dream?
L’American Dream esiste ancora, ma non è per tutti. Devi avere la forza interiore per affrontare difficoltà e ostacoli. Ho conosciuto tanti ragazzi che avrebbero voluto restare, ma la burocrazia e i visti non gliel’hanno permesso. Eppure, chi riesce a rimanere trova un ecosistema unico: qui tutti arrivano con un sogno, e quell’energia collettiva è travolgente. È vero, gli stipendi sono più alti, ma ciò che fa la differenza è la mentalità: qui sei spinto ogni giorno a dare il massimo.
Cosa non ti piace della California o dell’America in generale?
Della California non apprezzo il divario tra le grandi città – San Francisco, Los Angeles, San Diego – e il resto del territorio. Basta spostarsi poche ore, come a Fresno, per rendersi conto che sembra un altro mondo. Alcune aree si sono sviluppate in modo esponenziale, altre sono rimaste indietro, dimenticate. E poi c’è un aspetto culturale: qui tutto è pianificato. Non esiste la spontaneità di uscire senza un programma, passeggiare in centro e vedere cosa succede. Io amo camminare, e ringrazio che San Francisco sia una città “walkable”, ma quella leggerezza europea, quell’uscire senza un’agenda, qui manca. Inoltre, all’inizio è difficile trasformare le connessioni professionali in amicizie vere: io ci sono riuscito, ma richiede tempo, apertura e pazienza.
Grazie, Gianluca. È il tuo momento: cosa vuoi dire a coloro che come te vorrebbero partire, ma non ne trovano il coraggio?









