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La vita come avversario, andare al tappeto, rialzarsi, combattere. La storia di Daniele, figlio di Fiumicino

La vita come avversario, andare al tappeto, rialzarsi, combattere. La storia di Daniele, figlio di Fiumicino

Gli uomini e le donne si dividono sostanzialmente in due grandi categorie: fortunati e sfortunati. Ma a dispetto di quanto si possa pensare, i fortunati non sono quelli ricchi o quelli di potere; sono invece coloro che non hanno mai sbagliato una scelta nella propria vita: la scuola, gli amici, gli amori…

Queste persone arrivano a una certa età in cui tutto è “quadrato”, avendo preso a ogni bivio la giusta direzione. Gli altri siamo noi, la maggioranza, quelli che per un verso o per l’altro qualche sbaglio lo abbiamo fatto.

E poi c’è chi la cazzata l’ha fatta davvero grossa, e si ritrova ad un altro bivio, l’ennesimo: lasciarsi andare e precipitare oppure risollevarsi e lottare. La storia che voglio raccontare è quella di qualcuno che alla fine ha fatto la scelta di combattere.

Uno dei figli di Fiumicino, nato pochi anni prima che la città diventasse Comune autonomo. “Mi chiamo Daniele Moruzzi. Ho 39 anni e da poco più di 3 anni mi trovo in carcere”. Ecco, una storia complicata, dove Daniele in qualche modo è più vittima che carnefice, ma per la legge certe sottigliezze non contano, se sei capitato dentro un circuito “malato”.

Una storia di una tentata truffa, nulla di violento; ma certo di penalmente rilevante, e non è questo il luogo dove giustificare o alleggerire la posizione. Non lo vuole nemmeno lui: “Ho commesso un errore – racconta – per questo sto pagando il mio debito con la società. Ma questo non mi basta… E’ con me stesso che voglio riscattarmi”.

Un passato da pugile, una promessa la cui carriera ha subito uno stop. Ma ugualmente una passione che porta ancora sul ring, ed è proprio da quel quadrato che Daniele vuol far rinascere… Daniele.

“Qui dentro (nel carcere, ndr) di tempo a disposizione ce n’è molto, ancora più che fuori, ognuno può scegliere come usarlo: dormire tutto il giorno per nascondersi dalla realtà, chiudersi in se stessi accumulando rabbia, oppure si può scegliere di riflettere sulla propria vita e sfruttare questo tempo per crescere e migliorare se stesso. E’ quello che ho scelto io, ed è anche quello che consiglio a quelli che stanno vivendo o vivranno la mia stessa esperienza, che sia in carcere o in una comunità di recupero”.

Poi Daniele prova a mettere a fuoco l’immagine che ha di sé, e si descrive come la maggior parte di noi farebbe con se stesso: “Non sono un delinquente e nemmeno un santo, ho vissuto la mia vita tra alti e bassi”. Una persona normale… una persona, soprattutto. “Quando ci troviamo di fronte a noi stessi – spiega – quel che conta non è la reclusione o la libertà, ma in che modo abbiamo scelto di essere uomini, e le distanze tra l’uomo carcerato e l’uomo libero si azzerano”.

Parole che oltre a tracciare un chiaro percorso di vita, trasudano dignità. Quella persa nella famosa “cazzata”, l’episodio che ti ha messo al tappeto, ti ha fatto respirare la polvere, ti ha segnato; quella dignità da riprendersi quale primo mattone per ricostruire la tua vita insieme a quelle persone che ami e che ti amano. Sono coloro che non giudicano ma aspettano: la compagna di vita, i figli, gli amici veri.

Daniele una strada la conosce, per recuperare testa, fisico e stato d’animo: la boxe, che non a caso è considerata arte “nobile”. “La boxe – dice Daniele – non è semplicemente una disciplina sportiva che sviluppa muscoli e potenza, ma è piuttosto l’insegnamento dell’arte del vivere. Sul ring del pugilato, come su quello della vita, ognuno è un combattente che deve imparare a dosare l’equilibrio tra forza fisica e mentale, tra coraggio e paura, tra causa ed effetto. Ogni sfida con l’avversario è una sfida con se stessi, con i propri limiti, per imparare a conoscerli e superarli”.

Daniele da professionista e uomo libero, di incontri ne ha fatti tanti, conquistando diversi titoli. “ma adesso non è questo il mio obiettivo. Sto organizzando un incontro da uomo recluso, per poter lanciare il mio messaggio di speranza e incoraggiamento. Vorrei far capire che anche in un posto come questo si può fare qualcosa di buono, e che il carcere può non essere vissuto come un posto di arrivo, ma di rinascita e miglioramento”. A tal proposito un grande ringraziamento va a Marco Piersigilli, comandante della Casa di Reclusione di Spoleto, che ha creduto nel progetto e lo sta sostenendo nella realizzazione di un’impresa unica, mai realizzata da altri prima d’ ora.

Una grande mano gliela sta dando anche il suo amico d’infanzia, ed ex senatore, William De Vecchis. Un altro piccolo ma importante segnale in una storia di “valori” che, nonostante le ombre, riescono a prevalere: l’amicizia, che non ti abbandona quando sbagli, l’amore che ti dà sostegno costante (“L’amore e il carcere mi hanno salvato”, dice Daniele, che sta scrivendo un libro proprio partendo da questo concetto).

L’amore, oltre che per i figli, porta il nome di Loredana, conosciuta in modo singolare: al cimitero. Lui figlio della fioraia, lei in visita alla tomba del papà. Impensabile trovare l’amore così, ma la vita è strana, a volte dà a volte toglie, senza preavviso…

E allora ci siamo. Tra poco si accenderanno ancora le luci sul ring, per una storia di riscatto, l’ennesima che la boxe ci consegna. Una storia di Fiumicino, una vicenda italiana, una visione positiva del futuro. Si può sbagliare – chi non lo fa!? – ma si può ricominciare, si deve ricominciare.

E Daniele, dopo anni di intime riflessioni e preparazione atletica, ricomincerà con un match dove la posta in palio non è solo la vittoria – che sarà stabilità secondo le regole del pugilato – ma il riscatto di chi prende coscienza dei propri sbagli e si rimette in piedi.

L’incasso dell’evento sarà devoluto in beneficenza, metà alla casa di reclusione di Spoleto (per poter migliorare le attività ricreative per i detenuti) e per metà a un’associazione che si occupa di ragazzi meno fortunati. Andare a vedere l’incontro – quindi – non sarà solo un momento di sport, ma la possibilità di fare qualcosa di concreto per i ragazzi “difficili”, quelli per i quali tutti a parole hanno la massima comprensione, ma che poi vengono (quasi) sempre lasciati soli al proprio destino.

“Voglio ringraziare coloro che mi hanno sostenuto e coloro che parteciperanno all’evento” chiosa Daniele. Poche parole, dritto al punto. Dritto al cuore.

 

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