CINEMA O REALTA’?
7 gennaio 2026 | 16:53
Photo credit: netflix.com
Nella quarta stagione di Borgen, la Groenlandia smette di essere “periferia” e diventa il punto in cui si incrociano energia, indipendenza e potenze straniere. Oggi la cronaca le dà ragione
Nuuk, 7 gennaio 2026 – La Groenlandia è ormai sulla bocca di tutti, a tal punto che ci appare una novità. In realtà, da anni è al centro di contese geopolitiche, nuove strategie, terre rare desiderate, petrolio ambito. Con la difficoltà della piccola Danimarca di tenersi stretto un territorio prezioso, nonostante i tanti ostacoli: dal rafforzamento delle marinerie russo-cinesi nell’Artico alle pretese degli Stati Uniti, che per bocca di Donald Trump sono disposti a tutti pur di prendersela. In un o modo o nell’altro. E a Copenaghen e dintorni se ne parla da diverso tempo, con le autorità danesi che spalleggiate dall’Unione Europea tentano di alzare le barricate e resistere agli attacchi delle super-potenze.
Groenlandia, la previsione di Borgen
A testimonianza di tutto questo c’è la serie danese Borgen – Potere e Gloria – disponibile sulla piattaforma Netflix -, che aveva predetto tutto con largo anticipo; almeno 4 anni, dato che è datata 2022. In fondo è il compito dei migliori registi avere uno sguardo lungimirante: alcuni politici dovrebbero imparare. Ambientata proprio nella gelida e quasi disabitata isola nel Mare del Nord, tutto ruota attorno alla scoperta di un enorme giacimento di petrolio al largo delle sue coste, evento che riapre una ferita mai davvero rimarginata: il rapporto tra Copenhagen e Nuuk, tra ex potenza coloniale e territorio formalmente autonomo ma ancora fortemente dipendente dalla Danimarca.
Birgitte Nyborg, ex prima ministra ed ora titolare degli Esteri, si trova intrappolata in un equilibrio impossibile. Da un lato l’impegno climatico, su cui ha costruito la propria credibilità internazionale; dall’altro la pressione geopolitica ed economica che arriva sia dall’interno del governo danese sia dall’esterno, con Stati Uniti e grandi compagnie energetiche pronti a inserirsi. La Groenlandia, intanto, non è più solo un oggetto del contendere: attraverso i suoi leader politici e attivisti locali, rivendica il diritto di decidere sul proprio futuro, anche a costo di rompere con Copenhagen.
La serie mostra con lucidità come la questione energetica diventi immediatamente una questione di potere. Il petrolio non è solo una risorsa economica, ma uno strumento di emancipazione politica per una Groenlandia che vede nell’indipendenza l’unica via per smettere di essere una “periferia amministrata”. Al tempo stesso, Borgen mette in scena le paure danesi: perdere il controllo sull’isola significa perdere peso strategico, influenza internazionale e una posizione chiave nell’Artico.
Non c’è una divisione netta tra buoni e cattivi. È questo il punto forte della stagione. La Danimarca appare progressista ma paternalista; la Groenlandia determinata ma vulnerabile; gli attori internazionali pragmatici fino al cinismo. La politica, come spesso accade, non è guidata da ideali puri ma da compromessi, pressioni e calcoli di lungo periodo. È una narrazione che evita il didascalico e che prepara il terreno a ciò che oggi vediamo nella realtà: quando un territorio acquista valore strategico, la sua sovranità diventa immediatamente negoziabile. Anche se si tratta di un’isola quasi totalmente ricoperta da ghiaccio e con la più bassa densità abitativa sulla Terra. Chiedere a Putin, Xi e Trump per conferma. (Photo credit: netflix.com)










