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Odissea di Christopher Nolan, la recensione: perché è un film da 9 e cosa gli manca per il 10

Odissea di Christopher Nolan, la recensione: perché è un film da 9 e cosa gli manca per il 10

Ritmo, montaggio e la commovente scena di Argo

La durata sfiora le tre ore, ma raramente viene percepita come un peso (non ce ne voglia Oppenheimer). Nolan spezza la cronologia, intreccia i ricordi, cambia di continuo il punto di vista, proprio come fa Omero, ma senza perdere mai il filo. Il film dosa il tempo con precisione chirurgica: sa quando frenare e quando spingere sull’acceleratore. Le scene più intime non servono a tirare il fiato, ma ad accumulare tensione per quelle successive. E quando scoppia l’azione, non è mai per mettersi in mostra: ogni scontro lascia un segno, una ferita, una conseguenza.

L’equilibrio regge. Parlato, silenzi e scontri condividono lo stesso spazio senza pestarsi i piedi: non è un film di guerra all’americana, né un dramma appesantito più del dovuto. Le due cose vivono insieme. Quando parte l’azione, la temperatura cambia all’improvviso. Le battaglie sono sporche, rumorose, confuse. Nessun compiacimento, nessuna eleganza: solo corpi che crollano, istinto puro, la paura costante di morire e quindi la certezza di andare incontro alla morte. Poi si torna in mare, e si avverte subito il pericolo: la fragilità delle navi, l’assenza di punti di riferimento, l’ignoto.

Se c’è un punto in cui Nolan centra in pieno l’anima di Omero, è la scena di Argo. Nel poema, il vecchio cane è l’unico a riconoscere subito Ulisse sotto le vesti da mendicante: giace abbandonato sul letame, vecchio e stanco, ma muove le orecchie, abbassa la coda per l’ultima volta e muore dopo vent’anni di attesa, poco dopo averlo rivisto. Nel film bastano pochi minuti e quasi zero parole per ritrovare quella stessa forza. Argo è la memoria pura, il pezzo di casa che riconosce il padrone quando ormai nessuno lo aspetta più. Che non lo ha mai tradito, a differenza di tutti gli altri, pronti a voltargli le spalle per un briciolo di potere. Nolan spegne il rumore, rallenta e lascia parlare solo gli sguardi. La macchina da presa inquadra, aspetta e si sposta. Dopo il sangue, le tempeste, le urla e i dialoghi, il momento dell’amore. Che dura un attimo, come tutte le cose belle. Ma abbastanza potente da valere il prezzo del biglietto.

Photo credit: www.universalpictures.it

Il nodo di Calipso: la tentazione dell’oblio

Doveroso citare la parentesi con Calipso. Nell’Odissea è la ninfa che tenta di trattenere Ulisse offrendogli l’immortalità. Un’eterna giovinezza, lontano dal dolore, dalla guerra, dal tempo che consuma ogni cosa. Nel film di Nolan, però, la sua isola assume un significato ancora più ambiguo: è un rifugio, certo, ma soprattutto una prigione dorata.

Calipso non rappresenta soltanto la seduzione. Rappresenta la possibilità di fermarsi, di smettere di combattere, di cancellare Itaca, di lasciare che il passato sbiadisca. Accoglie Ulisse, lo protegge, gli offre una tregua che nessun altro luogo gli ha mai concesso, provando a corromperlo. Attraverso di lei, mette Ulisse davanti alla domanda più difficile: tornare davvero a casa, affrontando ciò che è diventato, oppure restare in un luogo sospeso, fuori dal tempo, dove nessuno gli chiede più di rispondere delle proprie colpe?

Calipso non lo incatena solo con la magia, elemento secondario. Lo trattiene con la promessa di una vita senza fine, senza responsabilità, senza dolore. Una promessa dolce, quasi misericordiosa. Ma anche profondamente disumana. Perché accettarla significherebbe smettere di essere Ulisse: rinunciare al desiderio, alla memoria, alla sua stessa storia. Perfino alla paura della morte.

Photo credit: www.universalpictures.it

Le differenze con Omero: il grande assente è l’inganno di “Nessuno”

Questa libertà di riscrittura, però, costa cara in alcuni frangenti, con alcuni tagli difficili da ignorare e quindi impossibili da comprendere. L’omissione più pesante riguarda il Polifemo: Nolan cancella del tutto il grande inganno di “Nessuno”: nel poema, Ulisse non vince con i muscoli, ma con la furbizia l’astuzia l’intelligenza. Dice di chiamarsi Nessuno, e così frega il Ciclope prima ancora di accecarlo. Non è un dettaglio, bensì l’essenza stessa di Ulisse: il cervello che batte la forza bruta, un “moderno” Davide-Golia. Nolan preferisce concentrarsi sullo scontro fisico, sulla fatica di restare vivi, sulla resistenza al dolore, sui sacrifici da compiere in nome di un bene superiore. Sia chiaro, dal punto di vista cinematografico la scena funziona, ha ritmo, ma il prezzo è alto: il suo Ulisse è un soldato esperto e tormentato, ma non è più l’uomo dell’ingegno. Talvolta esagerato, spavaldo, incline all’inganno. Motivo per cui Dante lo mette all’Inferno.

Il ridimensionamento del divino: Poseidone e Atena (Zendaya)

E gli dei? Nel poema di Omero, così come nell’antica cultura greco-romana, le divinità sono un’ossessione costante. Appaiono di continuo, scendono sulla Terra, prendono sembianze umane, parlano agli uomini, li ingannano, li proteggono, ne stravolgono i piani. Gli dei di Omero camminano tra i mortali. Nel film di Nolan, di tutto questo, non c’è traccia. Il regista li spinge ai margini: vengono nominati, temuti, invocati con le preghiere, ma restano un’eco lontana.

Scompaiono del tutto figure chiave dell’Olimpo: nessun segno di Zeus a scagliare fulmini, nessuna traccia del messaggero Ermes, nessuna ombra dell’ira di Elio. L’unica vera divinità percepibile in quanto tale resta Poseidone, inteso però non come figura fisica, ma come la furia cieca del mare, la tempesta, l’impossibilità naturale di tornare a casa.

Persino le figure femminili legate al mito e alla magia subiscono una trasformazione profonda, terrena, quasi laica. Calipso si spoglia dei panni della dea immortale e invincibile: nel film appare soprattutto come una donna innamorata, vulnerabile, a tratti persino comprensiva nella sua solitudine. La sua isola non è più soltanto un incantesimo, ma un rifugio psicologico. Un luogo in cui Ulisse può fermarsi, dimenticare il dolore, sottrarsi al tempo e alla responsabilità del ritorno.

Lo stesso accade con Circe. La magia resta, così come la sua capacità di dominare e trasformare gli uomini in maiali, ma perde gran parte della propria natura sacrale. Non è più la figlia del Sole, distante e indecifrabile, appartenente a un ordine superiore che Ulisse può affrontare soltanto grazie all’aiuto di Ermes. Nolan la rende leggibile, quasi umana. La sua ostilità nasce dalla violenza degli uomini, la metamorfosi diventa un giudizio morale, il modo per portare in superficie la bestialità che la guerra ha già lasciato dentro di loro. È una delle riscritture più potenti del film, ma anche una delle più evidenti forme di sdivinizzazione: Circe non perde il potere, perde il mistero.

E persino Atena — che ha il volto di Zendaya — viene ridimensionata pesantemente. In Omero è guida invisibile ma costante, stratega, divinità che prende l’aspetto di Mentore per accompagnare Telemaco o affiancare Ulisse. Qui diventa una presenza intermittente, quasi sospesa tra manifestazione terrena, voce della coscienza e proiezione interiore. È una scelta che rende il film più sporco, terreno, psicologico, adatto alla GenZ, che ha a cuore questi temi. Ma cancella la sensazione originaria del poema: che gli uomini siano soltanto pedine nelle mani dell’Olimpo. Nel film di Nolan non ci sono incantesimi né sguardi dall’alto: se si sbaglia, la colpa è solo di chi impugna la spada.

Photo credit: www.universalpictures.it

L’assenza di Nausicaa e la figura del reduce di guerra

Tra i tagli più pesanti c’est sicuramente Nausicaa, cancellata insieme a tutto il mondo dei Feaci. Nel mito, l’incontro con lei è l’unico momento di respiro: Ulisse ci arriva distrutto, nudo, senza più niente, costretto ad affidarsi alla pietà di una mortale sconosciuta. È Nausicaa a farlo tornare uomo, prima ancora che re. Togliendola di mezzo, Nolan rende la storia più tirata e veloce, ma perde l’unica luce dell’Odissea originale. Preferisce non spezzare il buio del suo protagonista, mantenendo il film su un binario cupo, durissimo. È stata una scelta di coerenza narrativa che, evidentemente, andava fatta.

A proposito di scelte “rivoluzionarie”, il cambiamento più evidente riguarda proprio Ulisse. Quello di Matt Damon non ha nulla a che fare con l’eroe orgoglioso, quasi compiaciuto di sé, dell’Odissea. Nolan non vuole celebrare chi ha vinto la guerra di Troia, vuole raccontare chi ne è uscito sporco di sangue. Il suo Ulisse la guerra ce l’ha addosso: negli sguardi persi, nei silenzi, nella certezza che rimettere piede a Itaca dopo tanti anni non basterà a ripulirgli la coscienza. Troia diventa una colpa, un trauma che non lo lascia respirare, non una bandierina da piantare. Il viaggio non è più soltanto la fretta di tornare a casa, ma la paura di non poter più tornare l’uomo di un tempo, di aver perso tutto e tutti. Nolan toglie la gloria e ci mette la puzza di bruciato: cancella l’eroe dell’astuzia per raccontare un reduce di guerra. Il più importante, valoroso, temuto e rispettato. Ma pur sempre un reduce che ha causato morte e lasciato distruzione dietro di sé.

Photo credit: www.universalpictures.it

Odissea di Christopher Nolan: il verdetto finale

Sulla carta poteva essere un film da 9, forse persino da 10. È un’opera maestosa e riuscita, capace di tenere insieme la vastità del racconto e una cura quasi maniacale per i dettagli: dalla colonna sonora, che sembra riportarci dentro un mondo arcaico forse mai esistito davvero, alle vesti antiche, fino alla materia ruvida delle navi, delle armi, dei paesaggi. È un cinema che fa sentire tutto il proprio peso, senza mai diventare estenuante o vuoto.

L’opera è la dimostrazione di come nulla, più del cinema, riesca a colpire dritto al cuore. A prenderti da una poltrona al buio e scaraventarti altrove, senza doverti muovere. Cinema che non si limita a intrattenere, ma muove le viscere, accende la testa, fa tremare le gambe. Capace di farti provare emozioni vere, nude, viscerali, di quelle che non puoi fingere. Ti emoziona, ti spezza, ti ricompone, ti fa riflettere. Un po’, ti cambia. Ma allo stesso tempo ti insegna, ti arricchisce, ti apre gli occhi su mondi sconosciuti o dimenticati. Ti prende per mano e ti porta dentro l’antico, dentro il mito, a riscoprire da dove veniamo prima ancora di capire dove stiamo andando. Ti fa riscoprire storie che credevi morte sulla carta di un libro e le trasforma in carne, sangue, polvere, vita vera. Che poi, è la nostra.

Il film trova la sua forza nell’incontro tra l’imponenza degli scenari, la furia degli scontri e la sorprendente fragilità di un eroe che il racconto, di volta in volta, condanna, assolve e trasforma in esempio. Le quasi tre ore scorrono via veloci perché la storia cambia pelle di continuo: è un racconto di sopravvivenza, un dramma familiare, un viaggio nella memoria, un conto ancora aperto con le proprie colpe.

Ma Odissea compie anche un’operazione culturale profonda. In un momento storico in cui l’Occidente viene spesso descritto come decadente, superato o prossimo alla fine, Nolan torna alle sue fondamenta e ne rivendica la forza. Omero non è una reliquia da conservare sotto vetro: è la sorgente da cui discende la civiltà, ma anche il nostro modo di raccontare l’uomo, il potere, la guerra. E anche chi oggi considera quella cultura esaurita continua, spesso senza riconoscerlo, a pensare attraverso categorie, istituzioni e linguaggi che proprio da quel mondo hanno avuto origine.

Non è la trasposizione definitiva di Omero, e forse non voleva nemmeno esserlo. Ma sono proprio i tagli più evidenti a bruciare e a impedire il voto pieno: l’inganno di “Nessuno”, la grazia di Nausicaa, la centralità di Atena e quell’ombra costante degli dei che, nel poema, accompagna e decide la sorte di ogni uomo. Assenze troppo pesanti per passare inosservate.

Eppure, anche dentro le sue infedeltà, il film resta un’opera straordinaria. E magari sono proprio quelle imperfezioni, volute e cercate, a renderlo tale.

Voto: 9/10

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