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1992-1993-1994, la trilogia che racconta l’Italia nata da Tangentopoli

1992-1993-1994, la trilogia che racconta l’Italia nata da Tangentopoli

Veronica Castello e il potere della televisione

Poi c’è lei, Veronica Castello, interpretata da una straordinaria Miriam Leone. Ridurla al cliché della soubrette disposta a tutto pur di agguantare un’inquadratura in prima serata significherebbe non capire nulla di cosa sia stata la grande mutazione antropologica di quegli anni che ancora ci portiamo dietro, ed anzi è amplificato. Veronica Castello è il simbolo lucido, spietato e a tratti disperato di un’Italia che scopre il potere della seduzione commerciale e decide di farsi sedurre e, al contempo, sedurlo. Lei capisce, prima e meglio dei soliti intellettuali rimasti a guardare il mondo dalle finestre dei loro attici, che il nuovo regime in arrivo non chiederà più patenti di moralità, tessere di partito o faticose militanze nelle retrovie. Chiederà una cosa sola, molto più totalizzante: chiederà di essere desiderato. Motivo per cui si troverà molto bene con Notte.

Il teleschermo cessa di essere un elettrodomestico e si trasforma nel vero confessionale della nazione, l’unico tribunale rimasto in grado di decretare chi esiste e chi è destinato a scomparire nel buio dell’anonimato. Lì dentro si distribuiscono la celebrità, i soldi e, per fatale conseguenza, il potere politico. Attraverso la sua ascesa, una scalata drammatica che non fa sconti a nessuno e che consuma l’anima un pezzo alla volta, la serie mostra l’esatto momento in cui i destini dei palinsesti televisivi e quelli dei ministeri romani cominciano a sovrapporsi, a scambiarsi i ruoli, fino a fondersi in un’unica, gigantesca messinscena. È l’anticamera del berlusconismo. È l’irruzione delle ragazze della televisione nelle stanze dove si decide il bilancio dello Stato. Una rivoluzione dei costumi che anticipa e prepara la rivoluzione delle urne, dimostrando che nell’Italia dei Novanta chi controlla l’immaginario controlla anche il voto.

Silvio Berlusconi e la nuova grammatica della politica

Ed è proprio su questo crinale, sulla figura di Silvio Berlusconi (Paolo Pierobon), che la trilogia compie il suo vero capolavoro narrativo e storico. Il Cavaliere non è un personaggio tra i tanti, non è un semplice attore di quella stagione di fango e speranza. È l’orizzonte inevitabile, il magnete potentissimo verso cui convergono tutte le storie, tutte le miserie e tutte le ambizioni dei protagonisti. Berlusconi è il grande catalizzatore nazionale. È l’unico uomo in Italia a possedere una visione d’insieme così spregiudicata da intuire il punto di contatto perfetto tra tre mondi apparentemente inconciliabili: il cinismo comunicativo e modernissimo di Leonardo Notte, la rabbia identitaria, ruspante e anti-romana di Pietro Bosco, e l’ambizione spettacolare di Veronica Castello.

Laddove la politica tradizionale vedeva soltanto caos, macerie e faldoni d’inchiesta, lui vede un mercato aperto. Berlusconi si offre agli italiani non con la severità dei vecchi leader, ma come il risolutore di tutte le solitudini collettive. Smantellati i vecchi altari della Prima Repubblica, crollate le grandi cattedrali laiche del Novecento, il Paese si ritrova improvvisamente orfano di padri, smarrito, terrorizzato dal futuro. E in quel vuoto pneumatico trova lui: l’imprenditore del sorriso, l’uomo che non parla il politichese felpato delle segreterie ma la lingua dei sogni e dei consumi, colui che promette la felicità e la ricchezza a portata di telecomando. Non chiede sacrifici, chiede fiducia. Non promette lacrime e sangue, ma un miracolo italiano confezionato come uno spot pubblicitario. È la nascita di una nuova grammatica della politica, un sistema in cui l’empatia sostituisce l’ideologia e il cittadino si convince che governare una nazione sia facile come gestire una grande azienda di successo.

Siamo figli di quel triennio

Da quel crollo e da quelle macerie sono passati più di trent’anni. Eppure, quando osserviamo la politica di oggi — fatta di slogan immediati sui social, leader che cercano l’empatia istantanea a colpi di clip e campagne elettorali permanenti sul mercato del consenso — capiamo chi siamo. Da quel set, in fondo, non siamo mai usciti. I costumi sono cambiati, i mezzi tecnologici si sono moltiplicati, ma la  Seconda Repubblica è rimasta la stessa. Siamo ancora tutti figli di quel 1992.

Foto: frame del trailer ufficiale di 1994 pubblicato da Stefano Accorsi su YouTube

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